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Economia ed ecologia sono diventati indissociabili

L’estate 2019 è stata una stagione da record, purtroppo, non positivi. È cominciata con due canicole consecutive, una a fine giugno e l’altra a inizio luglio, per proseguire con temperature record mai registrate prima in Europa.

A fine agosto, l’opinione pubblica mondiale si è mobilitata sui social, scioccata da foto e video del “polmone della terra” in preda a violenti incendi. Ma l’amazzonia ahimè non è l’unica a bruciare.

Il fenomeno non è nuovo, anzi. La comunità scientifica internazionale allarma popolazioni e governi dei rischi del riscaldamento globale da almeno una trentina d’anni. La novità sta nel fatto che oggi, più che in passato, le conseguenze si sono fatte visibili e lo saranno sempre di più. Altra novità è che l’opinione pubblica sta gradualmente prendendo coscienza della gravità del fenomeno, così importante e globale. La presa di coscienza generalizzata di questo fenomeno è però probabilmente ancora ferma alla fase delle emozioni, ovvero indignazione, tristezza e impotenza, come dimostra l’hashtag #prayforamazon.

Per quanto tipicamente umana è giunto il momento di andare oltre la fase emozionale: è il momento del volere e dell’agire.

Ma cosa fare?  Cosa possiamo fare, noi come cittadini e la svizzera come nazione? La domanda è lecita. In effetti, la svizzera partecipa allo 0.1% dell’emissioni di CO2mondiali. La Cina e gli Stati Uniti, invece, rappresentano il 43% delle emissioni di CO2. Per non parlare dell’impatto del singolo individuo, ancora più irrilevante se lo si considera isolatamente. Ed è proprio questa la natura insidiosa della sfida legata al fenomeno del riscaldamento globale: l’essere un problema collettivo.

Per quanto l’impatto mondiale del problema possa spaventare, non deve farci perdere di vista che la nostra Svizzera e il mondo occidentale hanno un ruolo preponderante nella lotta contro il riscaldamento climatico. E questo in diversi ambiti.

Si pensi all’innovazione. Ovunque nel mondo, il mercato è scosso da una nuova tendenza. Da una parte le innovazioni tecnologiche ci consentono un’avanzata considerevole nell’efficienza energetica, la cosiddetta “greentech”. Pannelli solari, migliori isolamenti delle case, degli edifici, macchine elettriche e tante altre tecniche ci permettono di produrre e consumare energia in modo più efficiente e rinnovabile. Dall’altra parte, le innovazioni tecnologiche del mondo digitale e informatizzato stanno rivoluzionando tanti aspetti della nostra attività economica. Grazie all’enorme quantità di dati disponibili e alla messa in rete di oggetti connessi, siamo ora in grado di gestire meglio il sistema di produzione e di consumo. Ma c’è ancora di meglio. La combinazione tra questi due settori della innovazione ci permetterà di quintuplicare l’efficienza, spingendoci in avanti verso la cosiddetta “terza rivoluzione industriale”.

Tutte queste iniziative e innovazioni tecnologiche non vengono però dalla politica e dallo stato, ma sono frutto del mercato e dalla libera concorrenza tra gli attori dell’economia. Questo è il punto essenziale in cui credo; economia e ecologia si trovano sulla stessa lunghezza d’onda e pertanto sono compatibili. Entrambi hanno l’efficienza come punto in comune. In effetti, il mondo economico premia gli attori che producono consumando meno e in modo più efficiente. Ed è esattamente quello di cui l’ecologia ha bisogno. Ma restiamo nel mondo di oggi, non siamo ancora in un mondo di macchine elettriche connesse tra di loro, ricaricate da una rete elettrica rinnovabile e modulabile in funzione del flusso e del traffico. Siamo in una fase di transizione, dove il vecchio mondo si mischia col nuovo. Ed è qua che entra in gioco la politica. L’idea è quella di sviluppare il miglior ecosistema possibile onde permettere al libero mercato di fornire soluzione innovative. Per esempio, riducendo le regolamentazioni inutili che intralciano gli imprenditori. Oppure favorendo partenariati pubblico-privato, tra università, politecnici e il tessuto economico e produttivo, come l’EPFL ha saputo fare così bene. In secondo luogo, la politica deve accompagnare questa transizione tramite incentivi mirati, ma rimanendo pragmatica: un cambiamento radicale, tramite tasse e proibizioni drastiche, non farebbe nient’altro che intralciare l’economia e quindi il motore stesso della transizione ecologica.

E non possiamo non riflettere sulla nostra responsabilità individuale. Siamo liberi di scegliere in maniera responsabile quali beni acquistare e quali no. Non siamo solo consumatori, siamo consumAttori. E le nostre scelte sui beni di consumo hanno un forte impatto sull’ecologia e sulla catena di produzione.  La Svizzera è uno dei paesi con il PIL pro capite più alto al mondo e dunque con il maggior potere di acquisto. E questo chiaramente le industrie e gli attori economici lo sanno. Scegliendo nuovi modi di consumare, che sia locale, artigianale, preferendo oggetti di lunga durata ecc, inviamo un messaggio incisivo, capace di cambiare la catena economica internazionale. Ma essere un consumAttore nel quotidiano non è facile. Siamo sommersi di informazioni, a volte contradditorie che non ci facilitano la vita. Il ruolo della politica deve essere anche quello di fornire maggiore trasparenza e maggiori informazioni semplici per l’individuo, in modo da accompagnare i cambiamenti sulle scelte di consumo e sui valori.

Siamo liberi perché siamo responsabili.

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